Quando l’ho visto la prima volta, non sapevo chi fosse, ma ricordo di aver pensato “cavolo questo si sfonda di canne”. Poi un lunedì pomeriggio ero sola nel salone, Rosy, Ennio e Anna erano a una sfilata e lui si presentò lì improvvisamente. Si presentò e ricordo di aver provato imbarazzo perché non sapevo cosa dire o fare. Avevo chiesto a Rosy di aiutarmi a far ingelosire Francesco presentandomi qualcuno che facesse finta di essere il mio ragazzo. Lei mi aveva proposto lui, ma non avrei mai trovato il coraggio di chiedergli una cosa simile. Mi aveva raccontato di lui che aveva vissuto molti anni a Londra e che era tornato da poco a Napoli. Quando lo sentii parlare, non sapeva mettere insieme nemmeno 2 parole in italiano insieme e gli chiesi “sai parlare inglese? Tua sorella mi ha raccontato che sei stato tanti anni a Londra”. Lui fece un mezzo sorriso amaro e mi rispose “così ti ha detto? Forse perché si vergogna di dire che sono stato 6 anni in carcere”. Io non ero mai stata tanto imbarazzata in vita mia e gli dissi istintivamente “ma no sai, lei non mi conosce da tanto tempo, forse non voleva raccontarmi tanti fatti suoi, sono cose private, ma va bene che tu ne parli, io non ti giudico. Perché hai quella cicatrice sul viso?”. Non resistevo mai quando vedevo una cicatrice, hanno sempre storie interessanti da raccontare e la sua era proprio una bella cicatrice lungo tutto il lato destro del viso. Tanto per la cronaca, mi sono tolta il vizio da allora. Lui educatamente mi rispose “un incidente in macchina” e io gli chiesi “lo stesso che ha fatto tua sorella? Mi ha detto che anche il suo è stato un incidente in macchina” in effetti lei aveva una cicatrice sotto il sopracciglio destro e mi rispose la stessa cosa. Lui mi guardò con aria interrogativa e poi mi disse “no non era lo stesso incidente”. Mi raccontò un po’ di sé, stette lì seduto a chiacchierare del perché fosse stato tanto tempo in carcere e poi andò via per andare a firmare dai carabinieri. Mi disse che forse sarebbe tornato, ma non lo fece. Nei giorni successivi però tornò. Era arrabbiato e Rosy piangeva, non voleva che suo fratello prendesse il pullman dalla fermata di fronte al salone. Le dissi “provo a parlarci io” e lo feci. Gli dissi “perché vai via? Non sei più passato a salutarmi. Mi dispiace vedere tua sorella piangere. Torna indietro e vieni a farti le mani. Ti rilassi un pochino” lui non mi guardava neanche in faccia e mi rispose secco “sono fatti miei, senza offesa, ma non mi va di parlare”. Tornai nel salone e cercai di capirci qualcosa. Rosaria piangeva tanto e provava a spiegarmi che suo fratello aveva tanti problemi, che usava qualche droga pesante e non riusciva a venirne fuori. Avevo letto tutto sulle droghe e sugli effetti. Mi ero letta noi ragazzi dello zoo di Berlino, ero informata sulla questione, secondo il mio punto di vista da ingenua 18enne cresciuta in un paesino di montagna. Le dissi “se è cocaina si può salvare, è tutta una questione psicologica. Magari lo faccio uscire con me con i ragazzi della chiesa e inizia ad avere amicizie diverse che gli fanno vedere la vita da un punto di vista diverso” lei annuì tra le lacrime. Io ci credevo davvero, mi avrebbe fatto un piacere immenso dare una mano. Dopo un paio di giorni tornò, venne a farsi fare il manicure e si fece una lampada facciale. Passammo tanto tempo a chiacchierare e ridere di cose stupide. Gli dissi che la vita poteva essere bella, bastava guardare dalla giusta prospettiva. Mi raccontò di suo zio Nunzio e di come morì tragicamente. Mi raccontò di quanto si sentisse un peso per la sua famiglia e io stavo lì e gli dicevo di guardare con occhi diversi. Tornò più volte e, ogni volta, stava ore ed ore a parlare con me, anche di cose stupide. Mi faceva tante domande e io mi lamentavo del fatto che a 18 anni non fossi libera di uscire come le altre ragazze della mia età. Tutti andavano in discoteca il sabato sera, mentre io stavo a casa a leggere qualcosa e a subire i dispetti di mio zio che non mi lasciava mai in pace. Quando dovemmo andare a salsomaggiore terme per una sfilata, io ero entusiasta! La sera della partenza andai a prepararmi a casa di Rosy, mi ero comprata un corpetto verde e nero da yamamay che era semplicemente divino. Prima di uscire dal bagno, mi resi conto di aver dimenticato la maglia a rete che mi fece mamma. Era bellissima, la mia preferita e sopra il corpetto stava perfetta. Feci un volo dal bagno alla stanza da letto dove franco si stava riposando su un divano. Lui non dava segni di vita quindi mi sentii libera di cercare la maglia in valigia e poterla indossare. Andammo a casa di Ennio e da lì partimmo tutti e 4 alla volta di questa mitica sfilata sul palco di miss Italia. Durante il viaggio sonnecchiavo, mi sono svegliata a Orvieto e poi vicino Firenze. Siamo andati in un autogrill per prendere un caffè e mangiare un cornetto. L’accento toscano mi faceva sorridere perché mi ricordava i film di Pieraccioni. Svoltammo per Fidenza e poi dritti verso la meta. A salsomaggiore faceva un freddo assurdo. Io a Napoli mi ero abituata che a fine settembre era ancora estate, ma lì era come essere tornata a miranda! Un freddo terribile che non sapevo come combattere visto che mi ero portata solo roba leggera. L’hotel era carino, niente di speciale. Moquette a terra, un matrimoniale, un singolo e un cesso di quelli che dovrebbero rinnovare, ma li rattoppano più possibile finché dura. Cena al ristorante e serata discoteca. Un locale in un sottoscala angusto che facevano cocktail da tirarglieli dietro. Però la musica era carina e c’era l’area fumatori. Alla fine ci siamo divertiti. Siamo tornati in albergo mentre tutti volevano continuare la serata magari a Parma che era a mezz’ora di macchina, ma avevamo una sfilata il giorno dopo. Tornando in camera mi dissero che era mancata una modella e che quindi avrei dovuto sfilare io. Chiesi cosa avrei dovuto indossare e mi risposero che un jeans e una maglietta andava benissimo. In camera nostra si unirono 2 barbieri che lavoravano dai gemelli al borgo di Sant’Antonino. Uno bassino, l’altro alto e moro. Anna si mise una camicetta da notte praticamente trasparente e mi fece spostare nel letto singolo. Non mi fece affatto piacere perché il mio posto era nel letto grande! Rassegnata ascoltai questo tipo, Antonio, quello alto che leggeva un romanzo uscito da qualche mese e che avevo già letto, melissa P non ricordo il titolo. Cambiava le parole e diceva un mare di cavolate e io protestavo di continuo. Alla fine ho letto io il libro e si sono addormentati tutti, me compresa. La mattina mi svegliai con un bacio sulla guancia e un sussurro “ciao melissa” nell’orecchio. Di fretta mi andai a fare la doccia, mi vestii e corremmo verso quello che sembrava una specie di capannone per fiere di esposizione. Mi misi a truccare modelle e modelli fino a quando un urlo mi raggiunse “come cavolo ti sei vestita? Devi fare una sfilata!” il parrucchiere per cui avrei dovuto sfilare era isterico “mi hai detto tu ieri sera di vestirmi jeans e maglietta!” gli risposi sconsolata. Andai a farmi uno shampoo gelido perché avevo la spuma nei capelli, lui me li asciugò in fretta e mi fece mettere un qualcosa che doveva fare da top o da vestitino. Dovevo togliere i jeans, ma mi opposi. Smisero di insistere quando, esasperata, alzai una gamba del jeans e urlai “ho i peli alle gambe!”. Mi tuffai su questo palco e mi feci rovinare un taglio di capelli perfetto fino a quel momento. Una volta tornata a Napoli dovetti tagliare tutti i capelli, me li feci fare più corti possibile. All’inizio Ennio mi fece un taglio improponibile. Mio zio quell’anno aveva festeggiato 50 anni e mi ricordo di essermi lamentata nel bar a miranda con lui presente dicendo “sembro una vecchia di 50 anni” e mi sentii in colpa subito dopo. Fu in quel periodo che iniziò una confidenza più profonda con franco. Io portavo i pearcing alle orecchie e innumerevoli bracciali. Franco veniva sempre più spesso al salone, portava il caffè e fumavamo insieme. Lui in realtà si chiama Francesco, ma l’ho sempre chiamato Franco. In compenso lui mi chiamava Tonia, eravamo pari. Una sera mi disse che gli piaceva molto un piercing che avevo comprato a baia Domizia e che piaceva tanto anche a me. Me lo tolsi e glielo misi all’orecchio per farglielo provare e lui lo prese come un regalo. Volevo morire per aver scelto proprio quello da fargli provare, ma la sua contentezza nel mio gesto involontario mi colpì e gli regalai anche un braccialetto nero di gomma che avevo tra i tanti. Lui mi aveva detto tante volte che saremmo usciti insieme qualche volta, ma non era mai successo. Quella sera mi disse “ti piace lo zoo? Io non ci sono mai stato e vorrei andarci. Ti va di venire con me?” “certo, ma tanto lo so che non ci andremo, dici sempre che usciamo, ma non siamo mai usciti” lui mi guardò dritto negli occhi e mi disse “domani mattina alle 10 fatti trovare alla metropolitana di piazza Cavour, ci sarò”. E venne. Alle 10 in punto lo vidi arrivare con una maglietta nera e una camicia aperta celeste. Sembrava un film, il vento gli gonfiava la camicia ed era bello, cavolo se era bello. Mi salutò e mi disse” ti va di accompagnarmi dal medico prima? Devo prendere un certificato” “non c’è problema, dimmi dove dobbiamo andare e ti seguo” “nella sanità, c’è un ospedale dove sta il mio medico” “il San Gennaro l’ho sentito nominare” intanto eravamo già in cammino “non il San Gennaro, è più un centro. Sai quando uno ha problemi di depressione o beve…?” “ah tipo un sert?” “eh proprio un sert”. Non parlai più fino a quando mi sedetti ad aspettare davanti all’ambulatorio. Alcuni mi chiesero se fossi in fila per il metadone e io dicevo “no ho accompagnato un amico”. La porta si aprì per un attimo e vidi lui con un braccio teso come quando si fanno i prelievi. Quando uscì non parlai, camminavo al suo fianco confusa da tutto quello che era appena successo. Non capivo bene cosa avevo visto e dove fossi stata. Lui ruppe il silenzio “questo è il mio problema. Sto provando a uscirne, ma non ci riesco da solo e l’unica persona che mi abbia mai aiutato è morto” “ti aiuto io se vuoi, c’è sempre una via d’uscita” gli risposi ingenuamente. Lui mi guardò con la coda dell’occhio e mi disse “sei sicura di quello che stai dicendo?” “certo che sono sicura. Nessuno merita di soffrire” questa fu la mia risposta. Io che avevo letto così tante cose sulla droga, potevo fare sicuramente tanto per lui. Ero una bambina piena di speranze e di illusioni. Vedevo il mondo con gli occhi innamorati della vita. Andammo allo zoo in metro, non parlammo molto durante il viaggio. Lui profumava di buono, di vestiti puliti. Ho ancora il ricordo di quell’odore. Avevo paura dei versi degli animali, mi tappavo le orecchie per non sentire i ruggiti improvvisi. Lo zoo era di una tristezza unica. Ci fermammo davanti ai leoni. Il leone era magro e spelacchiato povero cristo. Là mi disse “ti va di iniziare una relazione con me? O hai paura di quello che ti ho raccontato?” “io non ho paura di niente. Possiamo provarci e vedere come va”. Al ritorno abbiamo preso il pullman e ci siamo baciati per tutto il tragitto. Era come se avessimo avuto fame l’uno dell’altra. Io sono andata a lavoro e lui a casa, credo. Poi è tornato al salone e ci siamo baciati ancora. Avevamo deciso di non dire ancora niente a nessuno, ma poi quando è andato via, mi ha baciata sotto il balcone di sua zia e così fu di dominio pubblico. Certe volte vorrei avere un briciolo di quella serenità, di quel grande amore verso tutto ciò che era fuori casa. La libertà di andare ovunque senza timore. Ero una ragazza unica, vedevo il bello in qualunque cosa.